Famiglia

PERCHÉ È NECESSARIO DISSOCIARSI DAL CONGRESSO MONDIALE COSIDDETTO “DELLE FAMIGLIE”, CHE RIUNISCE IN REALTÀ IL MOVIMENTO GLOBALE ANTIABORTISTA, ANTIFEMMINISTA E ANTI-LGBTI

Art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Il movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTI è un “gruppo d’odio”

Al Congresso che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo parteciperanno associazioni, capi di stato ed esponenti politici della destra radicale, cristiana e integralista provenienti da tutto il mondo, ma anche tre ministri del governo italiano – ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Ci saranno inoltre gli italiani Giorgia Melone, il senatore della Lega Simone Pillon, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il sindaco di Verona Federico Sboarina.

Dal Congresso si dissociano, oltre all’Università degli Studi di Verona che definisce oscurantiste e contrarie al pensiero scientifico le posizioni sostenute, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, numerosi enti locali regionali e comunali. Inoltre, per la prima volta quest’anno è stata organizzata un’ampia manifestazione di protesta – dal movimento femminista Non Una di Meno ad altre associazioni e movimenti nazionali e internazionali e a sindacati.

Il movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTI è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southern Poverty Law Center, associazione USA senza scopo di lucro che si occupa del monitoraggio dei gruppi estremisti e dei gruppi d’odio ed ha lo scopo di debellare l’odio e il bigottismo in favore della promozione dell’istruzione, della tolleranza e degli ideali di uguale giustizia e uguali opportunità.

Il Congresso Mondiale delle Famiglie è nato nel 1995 dall’incontro fra l’americano Alan Carlson – conservatore opposto all’aborto, al divorzio e all’omosessualità – e il demografo russo Anatoli Antonov. Insieme, partendo dal timore di un imminente crollo demografico, ebbero l’idea di fondare una ONG sull’idea di “famiglia” che entrambi condividevano, attribuendo la “colpa” di tale crollo demografico al movimento femminista e alla liberazione sessuale. Il ruolo centrale della cosiddetta “famiglia naturale”, formata da un uomo e una donna uniti in matrimonio, quindi, non nacque come progetto politico o ecclesiastico – le chiese e i partiti entrarono in gioco solo più tardi, costruendo un’azione coordinata contro i presunti nemici di una società “moralmente fondata”: il divorzio, l’omosessualità e soprattutto le donne.

Il Congresso quindi, più che “delle famiglie” può più propriamente definirsi come “Congresso Mondiale della Riproduzione”! Attribuendo un ruolo centrale alla capacità riproduttiva, si banalizza l’individuo e tutti i suoi diritti civili. Perché si considera come centrale una singola facoltà della persona, che assurge a elemento discriminante nella valutazione dell’individuo e nella sua capacità di essere portatore di diritti e di autonome scelte di vita. Ma una persona è molto di più della sua capacità di riprodursi. Così come un matrimonio è molto più della procreazione, e una nazione è molto di più della proliferazione dei suoi cittadini.
La promozione di un pensiero squallido ed arcaico, volto a integrare la concezione stessa dell’individuo con le sue capacità di riprodursi, non può che condurre ad ignoranza, discriminazione, odio, violenza, limitazione dei diritti civili dei singoli, fino alla potenziale completa privazione delle facoltà di scelta e di autodeterminazione della persona. E in questo non c’è assolutamente nulla di morale o etico, né di religioso – dal punto di vista cristiano, buddista, islamico, induista o di qualsivoglia altra religione.

Ora c’è, invece, chi vuole imporre dei ruoli:

  • il “ruolo della donna”, come se la donna fosse un’entità omogenea, destinataria di ruoli preimpostati da qualcun altro: ad esempio, le donne non possono essere limitate solo alla loro capacità genitoriale;
  • il “ruolo degli omosessuali”, che devono prestarsi ad essere “corretti” mediante percorsi terapeutici in quanto individui “sbagliati, da curare”, se vogliono ambire all’integrazione sociale;
  • il “ruolo delle coppie sposate”, che non devono avere l’autonomia di decidere del proprio futuro, ma devono affidare tale potere decisionale ad un terzo, oneroso soggetto;
  • il “ruolo della famiglia”, incuranti del fatto elementare che una famiglia è formata da individui che scelgono liberamente di accompagnarsi sulla base dell’amore, della collaborazione e del rispetto reciproco. Non è con limitazioni della libertà personale o con stratagemmi volti ad impedire il divorzio, che si può promuovere il benessere di una famiglia: tali metodi a dir poco antiquati produrranno piuttosto relazioni di antagonismo anziché di collaborazione;
  • il “ruolo delle donne abusate”, spesso stigmatizzate come soggetti provocatori di fronte ai quali la violenza fisica può essere tollerata;
  • il “ruolo della donna incinta”, il cui diritto alla vita viene messo in discussione, in contrapposizione a quello del feto che porta.

LE PROPOSTE DI POLITICHE PER LA FAMIGLIA

Se è il calo delle nascite che ci preoccupa, rendiamoci conto che non si tratta semplicemente di un fatto culturale, non è dato dalla libera espressione degli individui nel perseguire le proprie aspirazioni e i propri desideri – che pure è sacrosanta e da tutelare, trattandosi di diritti fondamentali dell’individuo! Si tratta piuttosto di dare un adeguato sostegno alle famiglie, realizzando un sistema ben più capillare e presente di servizi, tutele, come ci dimostra l’osservazione delle realtà straniere più evolute. In tutti i paesi nordeuropei, infatti, si rilevano famiglie tipicamente con numerosi figli e genitori giovani, sostenuti da un sistema di garanzie contrattuali e servizi pubblici gratuiti o semigratuiti. Ciò consente di poter intraprendere con maggiore facilità e serenità la via della maternità e della paternità, senza costringere le persone a scegliere di posticipare tale evento – e conseguentemente avere meno figli.
La soluzione non può essere una visione oscurantista, medioevale, che si basa sulla costrizione alla riproduzione, sul ritorno alla clandestinità dell’aborto, sull’emarginazione degli omosessuali quali portatori di malattia, sui viaggi della speranza alla ricerca di cliniche per la riproduzione assistita.

Ringrazio il Congresso Mondiale delle Famiglie perché, nel sostenere idee non fattibili, retrograde ed eticamente sbagliate, fatte di incomprensione e repressione dei diritti dei singoli individui di una comunità civile, mi ha dato l’opportunità di rendere palese la mia posizione al riguardo, e di sottoporre ai cittadini l’alternativa reale di un progetto concreto e fattibile. Perché si parla sempre di famiglia, ma non si arriva mai a realizzare un piano concreto.

Noi come città di Ferrara, possiamo in modo più civile, etico e propositivo, decidere di tutelare le persone che vogliono formare una famiglia – quale luogo di affetti, collaborazione e reciproco sostegno sia morale che materiale. Una famiglia ha bisogno di certezze lavorative per garantirsi una sufficiente capacità di reddito; ha bisogno di asili dove lasciare in sicurezza i propri bambini; ha bisogno di contratti di lavoro che consentano un adeguato accesso al credito; ha bisogno di politiche sia economiche che sociali a sostegno delle fasce più deboli, ad esempio regolamentando in maniera nuova e più efficace l’accesso alle case popolari (reimpostando le strategie di controllo per individuare chi ne ha effettivamente diritto), o rivedendo i canoni di affitto agevolato; ciò per contrastare non soltanto la povertà o anche la sola difficoltà ad arrivare a fine mese, ma anche l’emarginazione sociale e culturale.

APPENDICE
Le legislazioni nazionali riguardo l’orientamento sessuale delle persone

Gli Stati Uniti, tristemente famosa culla dell’omofobia, non si sono schierati contro la pena di morte per gli omosessuali all’ONU nel 2017. È lungo l’elenco dei paesi che considerano l’omosessualità un reato.

Il rapporto annuale del 2017 pubblicato dall’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association), che riunisce più di 1200 gruppi attivi in 132 nazioni, evidenzia che su 195 Paesi nel mondo, 122 (circa il 63%) permettono gli atti consensuali tra persone adulte dello stesso sesso (ultimi in ordine di tempo ad avere abrogato il divieto sono Belize, Nauru-Micronesia e Seychelles). I restanti 72 Paesi (37%) criminalizzano invece tali rapporti: 32 di questi si trovano in Africa, 10 nel continente americano (tra cui Barbados e Jamaica), 24 in Asia e 6 in Oceania. Il numero è in calo rispetto all’anno precedente (erano 75) e soprattutto rispetto al 2006 (dove erano 92).

Ben otto sono i Paesi in cui una persona può essere condannata a morte per omosessualità: Iraq e Siria (controllate dallo Stato Islamico), Somalia e Nigeria (solo in alcune delle loro province), e a livello nazionale Iran, Arabia Saudita, Yemen e Sudan. Altri cinque Paesi (Pakistan, Afghanistan, Qatar, Mauritania e Emirati Arabi Uniti) prevedono la pena di morte per gli omosessuali ma non risulta ad oggi applicata a nessun caso.

In altri 14 Paesi sono previste pene detentive dai 14 anni all’ergastolo.

In 25 Paesi è vietato fondare un’organizzazione non governativa che si occupi di questioni legate
all’orientamento sessuale degli individui.

Sono diversi i Paesi in cui si tenta di introdurre la pena di morte per le persone omosessuali, fra cui
Indonesia e Uganda, dove vengono promosse vere e proprie campagne di odio con proposte di legge
portate in parlamento.